martedì 28 novembre 2023

RABIH MROUE': se la storia individuale diventa storia sociale

Il racconto della propria vita può scaturire dalla necessità di esporre un diario personale, narrare una realtà vissuta in prima persona, comunicare piccole storie documentate per condividere la propria esperienza, il proprio reality con un pubblico. Se ne vedono in televisione, e spesso il cinema e la narrativa hanno introiettato questo modello di narrazione, abituando gli spettatori a comportarsi come navigati voyeurs di fronte alla commozione di chi parla di sé. 

Ma ci sono casi in cui la storia non è più circoscritta a quella di un individuo, perché è la stessa che hanno vissuto sulla propria pelle centinaia o migliaia di persone, e allora diventa la storia di un paese, di un popolo, di una comunità, assumendo una dimensione che non è più solo individuale, solitaria, ma diventa politica, sociale, diventa Storia. È questo il caso delle Storie narrate da Rabin Mroué, artista nato nel 1967 a Beirut che oggi vive e lavora a Berlino anche come attore, regista, drammaturgo. E’ famoso per le sue non academic lectures (lezioni non accademiche), ma in questo post analizziamo due suoi lavori in cui affronta, in modalità multimediale, il tema della comunicazione, The pixelated revolution e Riding on a cloud.  



The Pixelated revolution   è una delle sue non academic lecture , in cui l’artista analizza i metodi e le circostanze della produzione di immagini realizzate con i cellulari da migliaia di manifestanti che lottavano contro Bashar Al Assad durante la guerra civile del 2011. In quest'opera Mroué riflette sul fenomeno di attivisti e civili che in quei giorni registrarono, usando i loro cellulari, i tumulti di cui facevano parte.  Sono video che lui ha scaricato da Facebook. In alcuni casi filmano il cecchino che li inquadra e forse li uccidono “…l’occhio vede più di quanto non sia in grado di interpretare. Forse non capisce che è testimone della propria morte”. Eye Contact: Gli occhi della vittima e dell’assassino si incontrano. In quei casi l’occhio e la camera vedono la stessa cosa, la camera è un occhio impiantato sulla testa di quanti usano il cellulare per vedere cosa succede loro intorno e che filma la loro morte. Sono video a bassa risoluzione, in cui lo spettatore viene ucciso, https://www.sfmoma.org/watch/rabih-mroue-war-against-image/


La maggior parte del suo lavoro è dedicato alla guerra civile in Libano e nel 2022 ha portato al REF una performance, Riding on a Cloud, il cui protagonista era suo fratello Yasser, colpito a 17 anni dal proiettile di un cecchino a Beirut nel 1987, proprio quando la guerra civile libanese stava per finire, e nello stesso giorno che il nonno dei due, dirigente del partito comunista, venne assassinato.Yasser non morì, ma il proiettile gli perforò il cranio e gli causò una paralisi parziale e l’afasia, la perdita della capacità di esprimersi e di capire le parole. Per questo dovette reimparare a scrivere, a parlare, a amuovere le dita come se fosse tornato bambino. Il testo è scritto da Rabin, ma il fratello lo recita, interpretando il ruolo di sé stesso durante la performance.  Dice l’artista in una intervista rilasciata a L’Internazionale: “Il nome è il suo, e le cose raccontate si mischiano a quelle vere. Lo spettacolo fa riflettere sulla questione di quanto mettiamo nella creazione: quale linea invisibile separa il personaggio da chi lo incarna? Cosa aggiungiamo della nostra vita privata? Del regista? Se recito Amleto, sono io o l’attore che recita? È divertente pensare che ora il vero Yasser sta facendo le prove a Roma per recitare Yasser sul palco”. Nella performance Yasser è di fronte a una semplice scrivania con una pila di dischi, un lettore DVD un mangianastri su cui si sentono cassette che lo riguardano. La performance mette in risalto le contraddizioni della situazione politica del Libano e la contraddizione tra relatà e finzione. Cosa rappresenta una foto? Quale storia sociale nasconde una storia individuale? Parla dentro un registratore di cassette, poi lo aziona  e risentiamo cosa ha detto, e la registrazione è un doppio del suo discorso che si ripete all’infinito. Scrive Andrea Zangari su Teatro e Critica: Nell’afasia, Yasser ha costruito un rapporto nuovo con le immagini, strumenti alternativi per indicare gli oggetti che il trauma ha reso estranei al linguaggio.
"A causa  delle lesioni cerebrali riportate, le immagini sono per lui diventate incomprensibili accozzaglie di righe,colori e materiali. In esse non riesce a riconoscere nulla . Il proiettile del cecchino ha distrutto la sua capacità di identificare". Così scrive Hito Steyerl nel suo capitolo Medya, l'autonomia delle immagini contenuto nel suo Duty Free Art, riferendosi alle immagini e alla loro incomprensibilità quando sono dati trasmessi, pulsazioni luminose, cariche magnetiche, lunghe stringhe di lettere, righe, riquadri. Impossibile decodificarle. 

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