martedì 28 gennaio 2025

PAOLO CIRIO, SCULTORE DI DATI

 Nel Nord Kivu, regione situata nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo,  è concentrata buona parte del coltan (columbo-tantalite), l’oro delle nuove tecnologie, utilizzato in tutto il mondo per i componenti elettronici (in Congo se ne trova l’80 % della produzione mondiale). Secondo uno studio dell’Institut d’études de sécurité dell’ottobre 2021, una gran parte del coltan è estratta col lavoro di più di 40mila bambini e adolescenti originari di villaggi sperduti del Kivu. Inoltre il Congo è il maggior produttore di cobalto (utile per le batterie) e rame (per la produzione di materiali elettrici) tuttavia la ricchezza del terreno non corrisponde a quella di questo Paese, poiché il commercio dei minerali è manipolato dalla corruzione e da bande armate di mercenari, oppure gestito da multinazionali cinesi, canadesi, sudafricane ed europee. Contro le bande armate locali, per fare fronte alla cronica impotenza delle Nazioni Unite ed altre organizzazioni internazionali e regionali il Governo assolda compagnie militari private di mercenari per fornire presidio alle aree sensibili. 

Nei meandri dei conflitti del Congo si insinua Kommando 52 (presentato alla Galleria NOME Gallery di Berlino a novembre 2024) uno dei lavori di Paolo Cirio (1979, Torino, vive a New York), artista la cui tattica hacker manipola e ri-orienta, mediante un lavoro cross-mediale, i mezzi e i contenuti della dell’informazione e comunicazione: sulla privacy, sulla finanza e sulle politiche dei modelli economici, legali e politici. In una bella intervista rilasciata a Tatiana Bazzichelli nel 2011 e pubblicata in Intervista alla Media art, volume a cura di Marco Mancuso per Mimesis, (2020, pag 393-398), l'artista, che si definisce Tactical Media Artist, precisa che questa sua autodefinizione è strettamente legata al suo utilizzo di mezzi di comunicazione alla portata di tutti che vengono da lui “utilizzati creativamente e condotti oltre i limiti delle loro potenzialità. (..) Questi strumenti, se ben usati e nel contesto di un’accurata pianificazione strategica, possono produrre un’influenza sociale elevatissima." Nella stessa intervista l'artista si riconosce come scultore e si può in effetti affermare che Paolo Cirio sia una scultore di dati, che utilizza i database come strumenti e oggetti del suo lavoro che si applica ai contesti, ovvero agli  ambienti informativi e informatici) dei dati stessi. Così ha creato progetti il cui oggetto (contenuto), ma anche lo strumento (il medium) erano Facebook, Google, Amazon, imprese il cui mercato opera con miliardi di dati ma crea anche l'ambiente in cui viviamo. Si veda il suo sito. 

In Kommando52 Paolo Cirio prende come oggetto un piccolo gruppo di quattro mercenari facenti parte di milizie europee che rappresentano i paesi che maggiormente hanno sfruttato le risorse del Congo (Francia, Belgio, Germania e Gran Bretagna), individuando il collegamento tra i conflitti infiniti nel Congo, lo sfruttamento delle risorse del suo territorio e il colonialismo dello scorso secolo. Nella galleria sono esposti su plinti bianchi altrettanti bianchissimi crani ( le cui superfici sono stagliate geometricamente) con tanto di cappellino in testa. Di fronte a ciascun cranio stava una grande scatola nera contenente uno schermo su cui era proiettato un video facente parte della serie Resurrect, in cui i quattro mercenari, attivi in Congo negli anni ’60 dello scorso secolo, raccontano le loro rispettive storie: storie fake, inventate e raccontate da voci artificiali.  A proposito del titolo Kommando 52: era una forza paramilitare tedesca di cui facevano parte diversi mercenari, autori di crimini feroci contro i guerrieri e le bande locali e la cui storia è documentata nel film omonimo Kommando 52, diretto nel 1965 dal regista della Germania Est Walter Heynowski. con un montaggio di foto, diari, cassette audio e immagini di cadaveri di guerriglieri africani che mostrava le atrocità commesse dalla potenza coloniale in Congo. 


martedì 3 dicembre 2024

ARKADI ZAIDES E DUE NUVOLE DEL NOSTRO TEMPO

A conclusione del suo spettacolo-conferenza THE CLOUD, tenuto a Roma in prima nazionale il 21 novembre 2024 nello Spazio Rossellini,  il coreografo e artista bielorusso Arkadi Zaides ha incontrato il pubblico e, all’inizio della conversazione, ha raccontato di essere stato guidato, nella concezione e realizzazione di questo suo ultimo lavoro, dalla lettura di uno tra i testi più complessi degli ultimi dieci anni, Iperoggetti, di Timothy Morton ( Nero edizioni, 2018).  Il pensiero che sottende l’intero saggio dello scrittore londinese è l’O.O.O., Object Oriented Ontology, definito dall' autore come un movimento di pensiero filosofico secondo il quale esistono Iperoggetti, ovvero cose reali, il cui aspetto è vischioso, perturbante, fluido, minaccioso. Per farsi meglio comprendere l’autore ricorre all’esempio del disastro ambientale dello sversamento di petrolio da parte delle Deepwater Horizon nel Golfo del Messico e a quello dello specchio del film Matrix che, mentre rispecchia la mano di Neo, la assorbe e si liquefa:sono in sostanza due situazioni, avvenimenti, che modificano la percezione delle cose e producono conseguenze destabilizzanti.   

Matrix, la mano di Neo affonda nello specchio liquido
Facendo spesso riferimento alla fisica delle particelle e alla teoria dei quanti, Timothy Morton individua approcci sistemici alle proprietà di diversi fenomeni (come quelli atmosferici macroscopici) di cui  è possibile l'osservazione non nella loro unicità spazio temporale, ma come aspetti locali di una realtà più vasta e soprattutto diffusa nel tempo e nello spazio: l’evoluzione è un iperoggetto, così come lo sono il riscaldamento globale, il cancro, il petrolio, i modi in cui i materiali radioattivi e i fossili si manifestano nei corpi e nella terra e via dicendo. In sostanza sono iperoggetti quei fenomeni che non sono localizzati o locali, ma attraversano in un tempo indefinito, senza inizio nè fine, l'ambiente e la storia dell'umanità e dell'intero sistema terrestre da essa abitato.     L’immagine più adeguata, ma al tempo stesso più esteticamente pregnante descritta da Morton per descrivere tale sistema è quella del chiodo piantato in un muro dove i batteri hanno depositato ferro nella crosta terrestre sotto forma di solidi strati di minerali, che gli dà da pensare pensare alla vita nel 1500 e che lo riporta continuamente al problema del riscaldamento globale. 

Salvador Dalí, La persistenza della memoria (1931)

Capace di sorvolare la storia del mondo in un volo fluido e continuo nel tempo, il filosofo pensa al clima come a un oggetto non circoscritto nel tempo, ma piuttosto multidimensionale: immagina l’impronta dei dinosauri, ma anche i fossili dei grattacieli: oggetti che non esistono nel tempo e nello spazio, ma che sono in grado di emettere lo spaziotempo. Nella sua epistemologia che si concentra sul fluire del soggetto e del tempo e sul tale figura nella prospettiva storica del sistema capitalistico,   Morton mostra diversi esempi tratti da lavori di artisti, tra cui il calzante Manufactured Landscapes del fotografo del fotografo e artista visivo canadese Edward Burtynsky in cui si vede un piano sequenza che segue lo scorrere del lavoro in una immensa fabbrica cinese.  

Gli Iperoggetti sono inaccessibili, si ritraggono a qualsiasi tentativo di accedervi, tuttavia se ne possono vedere i segni,  rintracciare le occorrenze nelle nostre vite, così anche l'artista bielorusso Arkadi Zaides ne mostra quelli che per lui rappresentano le manifestazioni di due Iperoggetti del nostro tempo che, nel loro fluire,  hanno attraversato la sua esistenza.  Racconta infatti di essersi concentrato sulla forma della nuvola, anzi di due nuvole, elementi fluidi e inconsistenti e al tempo stesso perturbanti: la nube radioattiva della catastrofe di Chernobil e quella dell’intelligenza artificiale. Attraverso una Ai che, opportunamente allenata,  gli consente di narrare e di fare scorrere insieme diverse storie legate al disastro del nucleare e non solo, Arkadi Zaides percorre a ritroso il suo cammino fatto da bambino con la madre quando emigrò in Israele nel 1990 dalla sua città natale, Gomel, situata in Bielorussia, ad un centinaio di chilometri dall’area di Chernobil, dove nel 1986 è avvenuto il più importante disastro nucleare.  Questo percorso lo porta a indagare sulla propria vita e su quella del suo migliore amico delle scuole elementari, di sua madre, di suo padre morto di cancro, e di tanti che hanno vissuto con lui la catastrofe e le sue conseguenze,  come i cosiddetti Liquidatori, seicentomila persone che hanno decontaminato la zona proibita del reattore esploso. Il fulcro dello spettacolo consiste in questa domanda:  è possibile contenere la radiazione invisibile all’interno dei corpi che essa ha attraversato, impedirne o contenerne la diffusione nel terreno, verso gli altri corpi di esseri viventi e negli ambienti circostanti? La storia ci risponde che no, non è possibile, e non siamo in grado di verificare ciò che è portato dal vento come una nuvola, non siamo in grado di stabilire quanto la nube radioattiva di Chernobil abbia potuto viaggiare esattamente né dove si siano depositati e dove saranno ancora diffusi i materiali radioattiva che essa ha trasportato nel suo volo inarrestabile nello spazio e nel tempo.  Il racconto drammatico di Arkadi Zaides viene tradotto da un lettore vocale di intelligenza artificiale in una scrittura proiettata su due grandi schermi con una velocità che insegue senza interruzioni le parole dette dall'attore e le riproduce senza che comprenderne il senso, senza punteggiature, rendendo pressoché incomprensibile  ciò che l’artista dice: i dati prodotti dall’Ai scorrono inaccessibili come la nube nucleare dei Chernobil, come le informazioni sulle sorti dei Liquidatori che seguono nelle proiezioni di filmati d’epoca: uomini coperti di pesanti tute protettive  con maschere antigas, immortalati mentre  ritirano le loro medaglie, i loro premi governativi per il difficile lavoro svolto. A fare da contraltare ai filmati restano, alla fine, due giovani, che si guardano e si vanno incontro, senza mai incontrarsi. Uno di loro è vestito con una tuta simile a quelle indossate nei filmati dai Liquidatori e ha una maschera antigas.  Forse sono le controfigure di due uomini che sono stati molto amici da bambini, lo stesso Arkadi Zaides e il suo amico Genadi, di cui l'artista ha narrato in breve la storia: "Da quando te ne sei andato niente è stato più come prima" gli ha scritto l'amico. La catastrofe ambientale di Chernobil ha attraversato e distrutto le loro vite come quelle di migliaia di altre persone, eppure la nube radioattiva  è stata un fenomeno di per sè invisibile e tutt'ora i suoi documenti sono inaccessibili. Forse del Covid, tra una cinquantina di anni, si potrà dire la stessa cosa?

Lo spettacolo The Cloud è stato presentato nell'ambito di Corpi in ascolto, un progetto di Orbita /Spellbound Centro nazionale di produzione della danza . 

martedì 29 ottobre 2024

Rimini Protokoll #5: distanti ed assenti in conferenza

Durante il Coronavirus l’intero mondo mediatico occidentale ha sperimentato un modo di comunicare che è rimasto come una abitudine anche una volta esauritasi la pandemia: la videoconferenza, ovvero un sistema di comunicazione a distanza in cui non è necessario che la persona sia presente, poiché può trasmettere in real time dal suo notebook, a volte perfino dal suo cellulare. Si tratta di un modo per comunicare in telepresenza che è anche, in linea di massima, ecologico poiché il conferenziere non è tenuto a raggiungere i suoi spettatori con mezzi di comunicazione impattanti sul clima. Prima del Covid, ma con una certa preveggenza, i Rimini Protokoll avevano già iniziato a ragionare sulla necessità di limitare i viaggi, le tournée e più in generale gli spostamenti del gruppo, cercando soluzioni e configurazioni possibili per i loro spettacoli che riducessero l’impatto del CO2 sull’atmosfera. Nel 2021 il collettivo, in coproduzione con il Goethe Institut, ha successivamente realizzato un lavoro teatrale, La Conferenza degli assenti, in cui hanno finalmente messo in atto un lavoro in cui non era necessario spostare gli attori in tournée, Infatti ogni sessione metteva insieme una serie di una serie di conferenze i cui relatori erano volontari del pubblico, che si prestavano a leggere e interpretare i contributi scritti preparati da oratori che per diversi motivi, erano, per l’appunto, assenti. Per consentire agli spettatori - divenuti performer – di leggere i testi, questi ultimi venivano tradotti ogni volta nella lingua del luogo: a Dresda, poi a Madrid, Roma, Lisbona, Bruxelles, gli spettatori venivano esortati da una voce – per la verità piuttosto arrogante, a partecipare, perché solo così ci sarebbe stato lo spettacolo, e così le persone si facevano coraggio e si “sacrificavano” per la causa.

Qui si può vedere la documentazione su La Conferenza degli Assenti. Questo spettacolo lascia, a chi vi abbia partecipato sia come attore che come spettatore, alcune domande: 
Cosa significa assenza? 
Come può essere presente una persona assente? 
 Nel suo libro Il linguaggio dei nuovi media, LEV MANOVICH afferma che per creare l’effetto di presenza in un mondo virtuale esistono due traiettorie: 
 1. Le tecnologie della rappresentazione: film, cassette, audio, video 
2. Le tecnologie della comunicazione che si incrociano con la televisione e con la radio: telegrafo, telefono, telex, televisione, telepresenza. Se le telecomunicazioni possono essre intese come attività culturale primaria, internet ci chiede di riconsiderare il paradigma stesso dell’oggetto estetico, ponendoci due domande: 
la telecomunicazione tra utenti può essere, di per sé, considerata in termini estetici? 
 La ricerca di informazioni da parte dell’utente può avere una valenza estetica?

 ANALISI DELLE DIVERSE TIPOLOGIE DI TELEAZIONI: VEDERE E OPERARE A DISTANZA 
 La scena di apertura del film Titanic (1997) chiarisce, quasi come un episodio di neo-archeologia il concetto di telepresenza mediante lcineprese azionate a distanza. Telepresenza significa presenza a distanza: portare una parte dei propri sensi in un altro ambiente remoto, in una realtà virtuale generata dal computer, uno spazio fasullo, oppure in un luogo fisico reale remoto, attraverso una immagine video dal vivo. Nel secondo caso si può parlare propriamente di teleazione, come quella di disegnare una traiettoria posizionando il cursore in un determinato punto, per lanciare un missile. L’origine di questa azione nella cultura umana può risiedere in linea più generale nella geometria, che consente di studiare il mondo attraverso le sue rappresentazioni: così anche la prospettiva, ma poi anche oggetti più astratti come i diagrammi, le carte, le mappe, i raggix e le immagini radar. 

Rispetto ai vecchi strumenti di rappresentazione la TELEPRESENZA è: 
1. Una operazione istantanea 
2.  Permette di monitorare il cambiamento 
3. Rende possibile una manipolazione in tempo reale e un controllo a distanza (vedi Telegarden di Kenneth Goldberg)
4.  Nella telepresenza il denominatore comune non è il video, ma la trasmissione elettronica dei segnali.

DISTANZA 
Manovich mette a confronto le teorie di Walter Benjamin in L’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica e quella di Paul Virilio espressa in Big Optics, secondo i quali la tecnologia annulla la distanza, rispondendo al bisogno di uguaglianza universale delle cose tipica delle società di massa: "La montagna e l’opera d’arte non hanno più aura perché hanno perduto la distanza. Le posso toccare con la fotografia". Per Virilio l’era post industriale elimina totalmente la dimensione dello spazio, il mondo perde profondità e orizzonte mediante la prospettiva dell’ottica ondulatoria dello schermo. Anche la politica viene gestita in tempo reale. Si pensi ai Twitter- X, Telegram…

giovedì 4 gennaio 2024

GIACOMO VERDE, il maratoneta dell'elettronica

Navigare attraverso il sito di Giacomo Verde consente di intravedere la documentazione di un uso trentennale della tecnologia alternativo rispetto all’esperienza che si ha generalmente dei nuovi media: non l’apologia dell’Hi Fi pubblicizzata dal mercato degli hardware e software, ma lo smontaggio del “giocattolo tecnologico” a vantaggio della conoscenza di ciò che contiene e delle sue possibilità. Nella sua introduzione al libro Giacomo verde videoartivista a cura di Silvana Vassallo, Sandra Lischi tratteggia alcuni aspetti fondamentali di questo artista super tecnologico che non si è fatto travolgere dall’enfasi celebrativa nei confronti della tecnica, ma ne ha scardinato il “glamour decorativizzante” attraverso un instancabile lavoro di esplorazione dei media e interazione con gli spettatori. Autore di opere performative multimediali, ha svelato i codici espressivi del video e della televisione ad adulti e bambini, esplorando i limiti della macchina e lavorando sulle modalità di funzionamento e costruzione delle sue opere. 

Piccolo Diario dei malanni, 2022

Tutto ha inizio e fine col disegno: si veda a proposito  Stati d'animo, un’opera di disegno animato digitale che reinterpreta il celebre lavoro di Boccioni e in cui suoni, forme e colori reinterpretano il dinamismo propugnato dal celebre scultore e pittore futurista. Alla fine della sua vita, si veda poi il Piccolo diario dei malanni, (L’Albero della felicità al minuto 11’7’’, poi a seguire Il piccolo diario dei malanni) la performance teatrale con cui l’artista ha salutato per l’ultima volta i suoi spettatori in teatro prima di morire, nel 2022 e nella quale mostrava un piccolo quadernetto, il suo diario disegnato, che conteneva le sue idee, paure, sogni, abbozzi di opere. Il quaderno d’artista è uno strumento centrale anche per Francis Alis, un altro artista che affronta la tecnologia mediante un approccio performativo. Si vedano alcuni suoi appunti per il lavoro video Children’s games, iniziato nel 1999 e ancora in progress, presentato alla Biennale di Venezia nel 2022. Disegnare non è dunque un'attività preclusa agli artisti che utilizzano la performance e le nuove tecnologie, essendo il disegno l'unica possibilità che un artista ha di trasporre immediatamente nel mondo reale quello che vede attraverso la sua immaginazione. Hanno disegnato e disegnano le loro opere e i loro progetti video anche Bill Viola, Hans Namuth, Paul Falkenberg, Fabrizio Plessi, Gina Pane, Lucio Fontana, Jackson Pollock, Mario Schifano, Wolf Vostell, William Kentridge, Paolo Rosa di Studio Azzurro, Grazie Toderi, Gianni Toti e molti altri ... (in programma la mostra Pensiero Video. Disegno e arti Elettroniche, dal 21/10/23 al 07/01/24 alla Fondazione Ragghianti a Lucca).  

Una grande invenzione di Giacomo Verde è stata quella di un uso creativo e artistico low tech del V-Jing,  la pratica di proiettare video dinamici in tempo reale durante concerti, che normalmente viene utilizzata in discoteca e che mixa a tempo di musica, attraverso un programma su computer, clip video precedentemente preparate e riprese in diretta.  Al V-Jing l'artista applica l'utilizzo di elementi multimediali a bassa tecnologia nelle sue performance teatrali e nelle letture dei poeti, iniziata con l'esperienza dei Teleracconti, in cui gli oggetti d'uso quotidiano inquadrati in macro dalla videocamera e proiettati inizialmente su un monitor tv (successivamente proiettati) diventavano i personaggi di favole fantastiche.  Nel 1992 ha iniziato a realizzare i set per video-fondali con immagini generate in tempo reale per i reading di poesia di Lello Voce, poi ha continuato, creando diversi set con più videocamere o webcam oppure utilizzando la sovrapposizione di lucidi trasparenti.  Descrivendo il suo intervento nel Vjing, scriveva "Io sono sempre in vista, sul palco, in modo che gli spettatori possano vedere come nascono le immagini e fare il confronto tra la percezione teatrale, reale, dell’azione e il risultato ottenuto nello schermo. Questa è una costante che ho sempre mantenuto nella creazione di video-fondali: rivelare e non nascondere la macchina e il suo funzionamento” così scrive Giacomo Verde nel suo testo Video-fondali e Vjing low-tech pubblicato in Connessioni Remote n°1- 05/2020.

Multi-Reverse, 2010

MultiReverse, bozzetti 2010
MultiReverse, 2010, vedi la descrizione sul sito, è un'opera di Vjing di e con Giacomo Verde con la consulenza musicale e software di Massimo Magrini (Bad Sector). E un'opera in cui interagiscono il performer reale e, su fondali, le proiezioni di oggetti reali, performer, inmagini su laptop e immagini del laptop ripreso da videocamera. E' uno spettacolo in qualche modo brechtiano, che disvela i segreti di un ipotetico metaverso, mostrando al pubblico il meccanismo della multiproiezione, il gioco di moltiplicazione degli specchi digitali. Lo spettatore guarda e comprende, capisce il meccanismo della fascinazione tecnologica e ne scopre i percorsi.

Si elencano qui di seguito alcune tra le strategie attraverso le quali l’artista ha affrontato criticamente in modo del tutto originale la comunicazione mediata dalle nuove tecnologie: 

  • l'impossessamento delle tecnologie domestiche 
  • il trasporre l’oggetto dalla sua percezione abituale in una nuova percezione improvvisa e sorprendente
  • l'interruzione del flusso passivizzante della comunicazione mediatica
  • lo spiazzamento risocializzazione
  • l'uso della bassa definizione 
  • il disvelamento della macchina 
  • lo straniamento

Per vedere tutta l’opera di Giacomo Verde si suggerisce la visione del suo sito, in cui sono documentati video, teatro performance, workshop, e si può scaricare gratuitamente il PDF del libro ARTIVISMO TECNOLOGICO che contiene diverse interviste, vai nel sito > elenco contenuti in alto > Testi e cataloghi > Artivismo Tecnologico.

martedì 5 dicembre 2023

EVA E FRANCO MATTES in codice a 8 bit

Quando si scrive su una tastiera, i tasti che si premono e che appaiono a schermo, vengono tradotti dal computer (anche se non si vede) nelle sequenze binarie corrispondenti a ciascun carattere. In particolare ogni carattere che si digita sulla tastiera viene convertito in un codice ASCII di 8 bit ovvero, un byte.

https://0100101110101101.org/  questo è il nome, nel linguaggio del sistema binario, che si sono dati Eva e Franco Mattes, duo di artisti italiani che vivono tra Milano e New York e che con i loro lavori di net art  tradiscono, deviano, creano contorsioni ai diversi elementi della comunicazione digitale, operando una forte critica sociale al mondo dell’informazione. 


Mediante uno tra i primi progetti del duo, DARKO MAVER,  del 1998-99, realizzato in collaborazione con il collettivo Luther Blisset, hanno inventato la storia para-mediatica della vita di un fake artista, di nome appunto Darko Maver, nato in Serbia e morto nel 1999. Carceri e gallerie d’arte frequentati da questo artista inventato, accusati di diventare  luoghi di falsificazione e mercificazione della vita, diventavano oggetto della rivisitazione e invenzione critica del duo e del collettivo, definendo un impianto politicamente critico nei confronti del sistema dell’arte, della giustizia e dell'informazione mediatica. 

Tra il 1991 e il 2001, in occasione della frammentazione violenta della ex Jugoslavia, le guerre balcaniche avevano invaso in modo massiccio i media internazionali  – anche grazie all’avvento del web - mediante una gestione spettacolare della violenza che manipolava la coscienza collettiva toccando le sensazioni ed emozioni degli utenti pubblico: l’odio, il raccapriccio, il disgusto e l’orrore diventavano disponibili on demand solo attraverso un click e inauguravano lo spettacolo digitale gratuito delle atrocità che avrebbe trionfato di lì a poco con la tragedia delle Torri gemelle e degli sgozzamenti terroristici.  Si legga qui il testo che accompagnava l'opera nel 2000.  L'artista, di cui gli ideatori hanno perfino inscenato e fotografato nella loro casa la finta morte, dichiarando che era avvenuta in un presunto carcere del Kosovo, era riuscito ad ottenere visibilità nelle istituzioni. L'operazione mediatica costruita dal duo mirava ad essere quindi una denuncia dell’inconsistenza e dell’aspetto fondamentalmente mediatico dell’arte e dei suoi prodotti nell'era post modernista di internet: le opere realizzate da Maver, tanto decantate dai fake -media,  non erano altro, infatti, che immagini di guerre e stupri scaricate da internet. 

La caratteristica principale di Eva e Franco Mattes consiste nel lavorare in zone liminali, precluse, vietate: la loro diventa una ricerca nel vero senso della parola, una indagine dove non si dovrebbe indagare.  Hanno realizzato, per la 7a edizione di Performa nel 2007, tre reenactement di performance degli anni '70 su Second Life.  L'opera  README (Code of Chris Burden’s Shoot), è una stampa della programmazione in codice con cui hanno progettato il movimento dei due loro avatar per il reenactment di Shoot  Chris Burden’s in ambiente Second Life. I codici  erano "aim.bvh” and “shoot.bvh”, ovvero i file erano estensioni bvh,  formato di file multipiattaforma Blender per memorizzare i dati di motion capture dei personaggi 3D in un'animazione 3D. Lo story board dell'azione è convertito in un codice, l'azione chiede di essere letta in un linguaggio per noi incomprensibile. 

Questi codici non sono fini  a sé stessi, ma possono essere utilizzati per replicare ulteriormente (anche da altre persone) la performance su Second Life oppure su un'altra piattaforma. Stampata su 7,30 metri di carta da stampa ripiegata, in 20 copie firmate e numerate, l'opera  è stata commissionata da Performa, organizzazione fondata da Roselee Goldberg e dedicata alla performance art.  Come non pensare ai fogli stampati di Vera Molnar, ungherese trapiantata in Francia dal 1947, artista pioniera dell’arte generativa, per la quale, partire dal 1968, il computer è un dispositivo centrale nella realizzazione dell'opera artistica,  con cui ha indagato le infinite variazioni di forme e linee geometriche. Il codice per l'artista diventa non uno strumento, ma medium attraverso il quale l’artista rinuncia al controllo del lavoro, affidandosi a un insieme di procedure che muovono la penna del plotter e creano un disegno. Quando il codice viene trasformato in questa uscita analogica che è la stampa, esso  rivela immagini e suoni che l’artista non ha immaginato.

A Walk in Fukushima, 2015

è un video di circa 7 minuti che esplora Don't Follow the Wind, una mostra che si è svolta all'interno della Zona rossa di Fukushima, - l'area radioattiva evacuata intorno alla centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi - di proprietà della TEPCO - istituita in seguito al disastro nucleare del marzo 2011: era una zona che di fatto separava i residenti dalle loro case, dalla terra e dalla comunità. Nel 2015 il duo era stato invitato a partecipare a una mostra internazionale d'arte che avrebbe inaugurato  l'11 marzo 2015 nella Zona chiusa al pubblico di Fukushima. L'invito consisteva inizialmente in una visita a Fukushima.  "Cosa può fare l'arte di fronte a una contaminazione?" Questa è la domanda-sfida che li ha spinti ad accettare l'invito proposto dal gruppo Chim↑Pom. 12 erano gli artsiti che partecipavano al progetto: Ai Weiwei, Aiko Miyanaga, Chim↑Pom, Grand Guignol Mirai, Nikolaus Hirsch and Jorge Otero-Pailos, Kota Takeuchi, Eva and Franco Mattes, Meiro Koizumi, Nobuaki Takekawa, Ahmet Öğüt, Trevor Paglen and Taryn Simon, tutti hanno realizzato nuovi lavori installati in edifici inutilizzati e case  prestate da coloro che prima del terremoto vi erano residenti.


La mostra è stata inaugurata l'11 marzo 2015, ma era inaccessibile, e dunque restava invisibile, e tale sarebbe rimasta per un periodo di tempo imprecisato. Eva e Franco Mattes hanno presentato un loro progetto per questa mostra che è stao esposto nel 2016 al Creative Capital Retreat. Il progetto era intitolato Fukushima Texture Pack. Hanno fotografato centinaia di superfici all'interno della Zona, tra cui pavimenti, tatami, pareti, sporcizia, erba, marciapiedi, scrivanie e armadi, poi hanno trasformato ogni foto in una texture digitale senza soluzione di continuità, che può essere liberamente scaricata e utilizzata senza restrizioni di copyright, come punto di partenza per nuovi lavori. Nell'agosto 2022, dopo più di dieci anni dal terremoto, la zona è stata riaperta al pubblico, in base alla decisione del governo che il tasso di dose nell'aria era diventato inferiore a 3,8 microsievert all'ora, le infrastrutture sono state ripristinate e si sono tenute consultazioni con i residenti locali, pertanto anche la mostra è stata resa disponibile al pubblico. La sede della mostra Don't Follow the Wind è stata aperta al pubblico nel 2022.

martedì 28 novembre 2023

RABIH MROUE': se la storia individuale diventa storia sociale

Il racconto della propria vita può scaturire dalla necessità di esporre un diario personale, narrare una realtà vissuta in prima persona, comunicare piccole storie documentate per condividere la propria esperienza, il proprio reality con un pubblico. Se ne vedono in televisione, e spesso il cinema e la narrativa hanno introiettato questo modello di narrazione, abituando gli spettatori a comportarsi come navigati voyeurs di fronte alla commozione di chi parla di sé. 

Ma ci sono casi in cui la storia non è più circoscritta a quella di un individuo, perché è la stessa che hanno vissuto sulla propria pelle centinaia o migliaia di persone, e allora diventa la storia di un paese, di un popolo, di una comunità, assumendo una dimensione che non è più solo individuale, solitaria, ma diventa politica, sociale, diventa Storia. È questo il caso delle Storie narrate da Rabin Mroué, artista nato nel 1967 a Beirut che oggi vive e lavora a Berlino anche come attore, regista, drammaturgo. E’ famoso per le sue non academic lectures (lezioni non accademiche), ma in questo post analizziamo due suoi lavori in cui affronta, in modalità multimediale, il tema della comunicazione, The pixelated revolution e Riding on a cloud.  



The Pixelated revolution   è una delle sue non academic lecture , in cui l’artista analizza i metodi e le circostanze della produzione di immagini realizzate con i cellulari da migliaia di manifestanti che lottavano contro Bashar Al Assad durante la guerra civile del 2011. In quest'opera Mroué riflette sul fenomeno di attivisti e civili che in quei giorni registrarono, usando i loro cellulari, i tumulti di cui facevano parte.  Sono video che lui ha scaricato da Facebook. In alcuni casi filmano il cecchino che li inquadra e forse li uccidono “…l’occhio vede più di quanto non sia in grado di interpretare. Forse non capisce che è testimone della propria morte”. Eye Contact: Gli occhi della vittima e dell’assassino si incontrano. In quei casi l’occhio e la camera vedono la stessa cosa, la camera è un occhio impiantato sulla testa di quanti usano il cellulare per vedere cosa succede loro intorno e che filma la loro morte. Sono video a bassa risoluzione, in cui lo spettatore viene ucciso, https://www.sfmoma.org/watch/rabih-mroue-war-against-image/


La maggior parte del suo lavoro è dedicato alla guerra civile in Libano e nel 2022 ha portato al REF una performance, Riding on a Cloud, il cui protagonista era suo fratello Yasser, colpito a 17 anni dal proiettile di un cecchino a Beirut nel 1987, proprio quando la guerra civile libanese stava per finire, e nello stesso giorno che il nonno dei due, dirigente del partito comunista, venne assassinato.Yasser non morì, ma il proiettile gli perforò il cranio e gli causò una paralisi parziale e l’afasia, la perdita della capacità di esprimersi e di capire le parole. Per questo dovette reimparare a scrivere, a parlare, a amuovere le dita come se fosse tornato bambino. Il testo è scritto da Rabin, ma il fratello lo recita, interpretando il ruolo di sé stesso durante la performance.  Dice l’artista in una intervista rilasciata a L’Internazionale: “Il nome è il suo, e le cose raccontate si mischiano a quelle vere. Lo spettacolo fa riflettere sulla questione di quanto mettiamo nella creazione: quale linea invisibile separa il personaggio da chi lo incarna? Cosa aggiungiamo della nostra vita privata? Del regista? Se recito Amleto, sono io o l’attore che recita? È divertente pensare che ora il vero Yasser sta facendo le prove a Roma per recitare Yasser sul palco”. Nella performance Yasser è di fronte a una semplice scrivania con una pila di dischi, un lettore DVD un mangianastri su cui si sentono cassette che lo riguardano. La performance mette in risalto le contraddizioni della situazione politica del Libano e la contraddizione tra relatà e finzione. Cosa rappresenta una foto? Quale storia sociale nasconde una storia individuale? Parla dentro un registratore di cassette, poi lo aziona  e risentiamo cosa ha detto, e la registrazione è un doppio del suo discorso che si ripete all’infinito. Scrive Andrea Zangari su Teatro e Critica: Nell’afasia, Yasser ha costruito un rapporto nuovo con le immagini, strumenti alternativi per indicare gli oggetti che il trauma ha reso estranei al linguaggio.
"A causa  delle lesioni cerebrali riportate, le immagini sono per lui diventate incomprensibili accozzaglie di righe,colori e materiali. In esse non riesce a riconoscere nulla . Il proiettile del cecchino ha distrutto la sua capacità di identificare". Così scrive Hito Steyerl nel suo capitolo Medya, l'autonomia delle immagini contenuto nel suo Duty Free Art, riferendosi alle immagini e alla loro incomprensibilità quando sono dati trasmessi, pulsazioni luminose, cariche magnetiche, lunghe stringhe di lettere, righe, riquadri. Impossibile decodificarle. 

martedì 14 novembre 2023

ARKADI ZAIDES E I CONFINI DELL'EUROPA

Talos, concepito da Arkadi Zaides, artista multisciplinare e coreografo bielorusso nato a Belarus, cresciuto in Israele e attualmente residente in Francia,  è un lavoro estremamente attuale che affronta il tema della resistenza alla migrazione e della difesa dei confini in Europa. 

Nel sito dell’artista si legge la domanda che lui stesso si è posto nel pensare quest'opera duplice, che è sia un progetto concluso che una performance in divenire:  "What kind of choreography arises in the proximity of borders? Which strategies of restriction define movement? This work sets out to explore a dynamic system of action and reaction, limitation and transgression, stasis and mobility". 

TALOS, è l’acronimo di Transportable Autonomous Patrol for Land bOrder Surveillance, progetto sperimentale e collaborativo europeo sviluppato tra il 2008 e il 2013, che ha coinvolto 14 istituzioni tra Università, Compagnie e aziende coinvolte nella comunicazione, nell’elaborazione di software e nello sviluppo di sistemi aerei di sorveglianza.  Il sistema sviluppato nell'ambito del progetto TALOS voleva essere più versatile, efficiente, flessibile ed economico di quelli esistenti. Il sistema completo si avvaleva infatti di veicoli senza pilota, sia aerei che terrestri, supervisionati da un centro di comando e controllo. Nel progetto TALOS, rimasto allo stato di esperimento,  l'accento era posto sull'applicazione degli UGV (Unmanned Ground Vehicle) e la realizzazione del robot mobile TALOS, progettato per controllare e prevenire l’attraversamento illegale dei confini d’Europa: un robot a controllo remoto e  capace di comando e controllo remoto.  

TALOS è anche il nome di un personaggio mitologico dell’antica Grecia, un gigantesco automa di bronzo, descritto da Apollonio Rodio nel III secolo A.C. nel IV libro delle sue Argonautiche, incaricato dal re Minosse di sorvegliare l'isola di Creta per mettere  in fuga i nemici che tentavano di sbarcarvi. Ogni giorno faceva il giro dell'isola armato e pronto a scagliare enormi pietre, buttarsi nel fuoco e schiantarsi sui suoi nemici stritolandoli e bruciandoli. Si può assimilare TALOS a FRONTEX, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, fondata nel 2004 per assistere gli Stati membri dell’UE e i paesi associati Schengen nella protezione delle frontiere esterne dello spazio di libera circolazione dell’UE? Il robot, un mini carro armato piuttosto piccolo e buffo, a differenza del gigante suo ononimo mitologico, non disponeva di armi letali, ma solo di una voce che intimava di allontanarsi, e fu smontato nel 2014. 

Durante l'omonima performance-conferenza Talos, che Arkadi Zaides inizia dopo che il progetto si è estinto,  l’artista mette insieme diversi documenti che lo riguardano ma anche non, rielaborando e reinterpretando le finalità e i modi intrapresi dagli europei per difendere i confini, mediante interviste con esperti, clip di YouTube che mediavano il racconto mitologico. 

Quali riflessioni offre questa performance?  La nascita del concetto di Europa? Il rapporto tra passato e presente? Tema del reenactement del mito? Difesa dei confini? Atto di pre-figurazione del futuro? Non una previsione certa, ma un tentativo di dare forma al futuro.“As such, a re-enactment is always also a pre-enactment. It pre-forms or pre-figures something that was already (potentially) present in the past and that can be actualised in the present in order to condition possible futures.” Questa è la tesi, molto interessante da discutere, sul rapporto tra passato, presente e futuro, sostenuta da Jonas Rutgeerts e Nienke Scholtz sul magazine Forum online. (6/2018).